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Adesso qualcuno deve pagare per la strage della fa...

[...] Storie del tutto simili a quella di Emanuele Patanè, il 29enne ricercatore che prima di morire per un tumore al polmone ha affidato al suo diario il drammatico racconto di quei suoi anni di lavoro in un ambiente killer e dell’ultimo stadio della sua malattia vissuta nell’assoluta indifferenza di quanti, vertici dell’Università e responsabili della Facoltà, ben sapevano non solo del mancato rispetto delle più elementari norme a tutela della salute ma anche della già lunga lista di vittime e di ammalati. Come dicono gli stessi magistrati negli atti dell’indagine che ha già portato al sequestro del laboratorio, e all’invio di otto avvisi di garanzia per disastro ambientale nel troncone d’inchiesta che presto verrà unificato con quello per omicidio colposo plurimo.

“La cosa che colpisce moltissimo - osservano in Procura - è la giovane età di gran parte delle vittime: quasi tutti ragazzi tra i venti e i trent’anni”. Che in quel laboratorio si specializzavano o affrontavano le loro esperienze di dottorato o di ricerca. [...]

Via | Repubblica.it

Ci sono cose… (2) - Federico Aldrovandi...

Perchè, tre anni dopo, non c’è ancora nessuno che paga per la morte di questo ragazzo?

Babele 56 | La Milano multietnica in otto racconti...

Le nostre città, oramai, sono cambiate. Sono mutate. Così come le grandi capitali europee, anche Roma, Milano, Bologna, Catania (dove trovi facilmente senegalesi, congolesi che parlano benissimo il dialetto catanese e sono perfettamente integrati) stanno vivendo questo che io considero un passaggio storiografico obbligato che nessun politico (in particolar modo quelli della specie più diffusa, il politico ignorante) potrà mai fermare.

Da Terre di Mezzo è uscito nei giorni scorsi Babele 56 di Giorgio Fontana. Babele 56 è un richiamo, alla linea degli autobus numero 56 che attraversa il quartiere più multietnico della città, e una narrazione - attraverso otto racconti, otto storie - di come la città stessa sia cambiata. Ve ne consiglio l’acquisto (tra l’altro, costa veramente poco) e vi consiglio di seguire l’attività di Giorgio.

Karkadan, rapper tunisino. Kamal, giocatore di cricket dello Sri Lanka, portinaio per campare, José e Milca, editori peruviani a piazzale Loreto [...]. I capitoli del libro sono intervallati da un racconto ambientato sull’autobus numero 56, che percorre avanti e indietro via Padova, una della vie più multietniche di Milano [...]. Un giorno esci per andare al lavoro e ti accorgi che il tabaccaio sotto casa - Il tabaché del vintitrì, chiuso da tempo - ha ripreso vita: due ragazzi asiatici sistemano bottiglie di liquori e birra sugli scaffali bianchi. Quel giorno “posso dire di non aver visto soltanto un negozio che riapriva, ma una particella del processo di meticciamento”.

[Su segnalazione di Antonella Beccaria, il cui blog vi consiglio di seguire]

Ci sono cose…...

Brunetta

Prima: “Apprendo, da anticipazioni di stampa, che il settimanale L’Espresso mi dedica la copertina e un’inchiesta. Questa attenzione non può che farmi piacere, il contenuto ancora di più”.

Dopo: “Sono sotto scorta perché le Br vogliono farmi fuori”.[...] Brunetta, al centro di una inchiesta dell’Espresso, lamenta che “si siano pubblicati indirizzi, foto e mappe delle case dove risiedo”.

Eluana Englaro...

Seguirà un gran parlare e un grande rumore di fondo. Io scrivo solo una cosa: finalmente.

Il padre: «Questa decisione dimostra che viviamo in uno Stato di diritto».

Sono occorsi più di dieci anni per dimostrarlo.

Sporchi e poveri. Da schedare perché pericolosi?...

Al ddl alla sicurezza che tanto ha fatto discutere (e tanto farà discutere, immagino) è stato aggiunto un emandamento da stato di diritto, da stato solidale, da stato schierato dalla parte dei più poveri e dei più deboli: la schedatura dei clochard, i barboni. L’emendamento, approvato in Senato e proposto dalla Lega, è l’ennesima assurda proposta per tentare di restituire sicurezza e decoro alle nostre città. Il Viminale, entro 180 giorni, dovrà stabilire come “funzionerà” il nuovo provvedimento.

La tragedia del Congo nell’immobilismo occid...

Periodicamente mi ritrovo a parlare di “una” tragedia umanitaria. Una volta è la Birmania, un’altra è un paese africano qualsiasi, stavolta è il Congo. Leggo il post La tragedia del Congo. E l’Onu dov’è? pubblicato su Articolo21 e penso ancora una volta che il problema è sempre lo stesso. Ancora una volta, si verifica un fatto che ci proietta l’immagine chiara del fallimento della società occidentale, dei suoi organismi politici e istituzionali, di una società che ha una responsabilità enorme nei confronti di questi paesi (potenzialmente ricchissimi, nella pratica sfruttati e ridotti a schiavi dell’industria occidentale) e che nonostante tutto non è in grado di porre rimedio a niente.

17000 uomini armati e addestrati, i caschi blu, contro poco più di 3000 rivoltosi che si macchiano dei più efferati delitti facendola comunque franca.

Nella tragedia del Congo c’è tutta la drammaticità dei precedenti nelle altre parti del mondo. Ed è un copione che conosciamo. Sappiamo esattamente come andrà a finire, sappiamo che le elezioni americane prenderanno presto il sopravvento su qualsiasi altro tema di attualità, sappiamo anche che la cosiddetta attualità diventerà presto roba vecchia. E sappiamo che non cambierà niente. Continueremo a versare fiumi di denaro per organismi internazionali come l’Onu che a nulla servono e continueremo ad addestrare uomini (i caschi blu) che mai combatteranno e che mai certamente eviteranno la morte violenta di migliaia di uomini innocenti.

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