nav-left cat-right
cat-right

Pena di morte per chi è gay...

In Uganda, in Kenia e in diversi altri stati africani, si sta radicalizzando e diffondendo un movimento (che è religioso, estremista e politico) che prevede l’uomo gay, le lesbiche, i trans come nemici. Nemici da punire, ferire, torturare, condannare a morte. Nemici contro cui manifestare, inneggiando all’odio e alla violenza.

Alcuni giorni fa, a Kampala si è tenuta una di queste manifestazioni che Andrew Waiswa - attivista dell’associazione Rainbow Uganda - ha cercato di seguire dal vivo, raccogliendo anche video e immagini. Il movimento è anche attivo su Facebook. Striscioni e slogan contro il mondo Gay, messi insieme dal Pastore Ssempa, leader di questo movimento omofobo e razzista.

Diffondere e far conoscere questa situazione potrebbe essere ben poca cosa, soprattutto dal momento in cui l’Uganda sta decidendo di legiferare in materia, inasprendo le pene per gli omosessuali e introducendo persino la pena capitale per chi è macchiato da una così terribile colpa.

Ma è pur sempre qualcosa. Dobbiamo parlarne, cercare di attirare l’attenzione di quanta più gente possibile su questa triste realtà. Scrivete sui vostri blog, segnalate la notizia, parlatene.

Chiesta la riapertura del processo per l’ass...

Dopo la scandalosa fine del processo per l’assassinio di Anna Politkovskaia (conclusosi, ricordo, con l’assoluzione dei 4 imputati e la non individuazione di un mandante certo), si è fatto avanti - coraggiosamente - un giudice russo che ha chiesto la riapertura delle indagini.

La decisione è arrivata dopo le innumerevoli reazioni e proteste seguite alla chiusura del processo e dopo che gli stessi Stati Uniti avevano fatto pervenire una nota in cui si chiedeva di trovare e punire gli assassini della giornalista.

E così si riparte.

Questo il link alla notizia su repubblica.it

La tragedia del Congo nell’immobilismo occid...

Periodicamente mi ritrovo a parlare di “una” tragedia umanitaria. Una volta è la Birmania, un’altra è un paese africano qualsiasi, stavolta è il Congo. Leggo il post La tragedia del Congo. E l’Onu dov’è? pubblicato su Articolo21 e penso ancora una volta che il problema è sempre lo stesso. Ancora una volta, si verifica un fatto che ci proietta l’immagine chiara del fallimento della società occidentale, dei suoi organismi politici e istituzionali, di una società che ha una responsabilità enorme nei confronti di questi paesi (potenzialmente ricchissimi, nella pratica sfruttati e ridotti a schiavi dell’industria occidentale) e che nonostante tutto non è in grado di porre rimedio a niente.

17000 uomini armati e addestrati, i caschi blu, contro poco più di 3000 rivoltosi che si macchiano dei più efferati delitti facendola comunque franca.

Nella tragedia del Congo c’è tutta la drammaticità dei precedenti nelle altre parti del mondo. Ed è un copione che conosciamo. Sappiamo esattamente come andrà a finire, sappiamo che le elezioni americane prenderanno presto il sopravvento su qualsiasi altro tema di attualità, sappiamo anche che la cosiddetta attualità diventerà presto roba vecchia. E sappiamo che non cambierà niente. Continueremo a versare fiumi di denaro per organismi internazionali come l’Onu che a nulla servono e continueremo ad addestrare uomini (i caschi blu) che mai combatteranno e che mai certamente eviteranno la morte violenta di migliaia di uomini innocenti.